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dallachiesa

Più di centodieci persone, tra cui numerosi giovani provenienti dai nostri Rotaract,  si sono recentemente ritrovate per l'iniziativa proposta dal Rotary Torino Sud e Sud Ovest in interclub con il Rotary Torino Nord e Torino Stupinigi, per la serata in ricordo dell'appassionato impegno civile del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’occasione è stata la presentazione del libro di Andrea Galli “DALLA CHIESA. Storia del Generale dei Carabinieri che sconfisse il terrorismo e morì a Palermo ucciso dalla mafia”.

 Dopo un breve saluto di ringraziamento del Presidente del Club ospitante Roberto Ignazio Cortese, il quale ha sottolineato la necessità del ricordo " per far sì che la storia non diventi usura e la memoria non trascolori nell'oblio",  il Gen. Tullio Del Sette, già Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, ha introdotto il libro di Andrea Galli  osservando come: "Non è il primo e non sarà molto probabilmente l’ultimo dei libri sulla vita, la figura e opera di questo grande Carabiniere e Servitore dello Stato… è, però, il nostro, un volume completo, di gran pregio perché scritto estremamente bene da un giovane giornalista già affermato anche come scrittore, perfettamente centrato sul personaggio e gli ambienti in cui il Generale operò, sulle vicende e gli eventi di cui fu protagonista, storici per il nostro Paese, documentato perché risultato di ricerche bibliografiche e soprattutto sul campo… E’ un libro che i Carabinieri e quelli che hanno avuto la fortuna di conoscere il Generale personalmente, la famiglia, hanno particolarmente apprezzato, così come lo hanno apprezzato accademici, magistrati e giornalisti al dentro delle cose… E’ un volume cui io sono particolarmente legato: ne ho ricercato la realizzazione e, d’intesa con la Mondadori, l’affidamento ad Andrea Galli. L’una e l’altra si sono confermate scelte felici, e non poteva essere altrimenti."

   Nella sua presentazione Del Sette ha sottolineato il fatto che: "Dalle 300 pagine del libro che stasera presentiamo emerge nettamente la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa, nelle sue indubbie virtù e straordinarie qualità: un Uomo intransigente con chicchessia, innanzitutto con sé stesso, profondamente attaccato alla sua famiglia privata come a quella dell’Arma, che per lui - figlio, nipote, fratello, genero, padre e zio di Carabinieri - tale profondamente era, alla sua missione; un Servitore dello Stato, sempre e comunque, da Militare, da Carabiniere e da Prefetto; un Ufficiale dalla visione cristallina dello Stato, della democrazia, della libertà e della legalità, da preservare a costo di ogni sacrificio, pericolo e rinuncia; un Comandante coraggioso sempre vicino ai suoi collaboratori, orgogliosi di essere alle sue dipendenze e motivati a dare il meglio di sé, certi della sua capacità, del suo indefettibile rigore e della sua protezione. Dal libro di Galli emerge tutto della sua straordinaria vicenda umana e professionale che ne ha fatto un simbolo, per niente offuscato dalle malevole argomentazioni che sempre, per la pochezza di alcuni, accompagnano la storia dei grandi. "

     La  conclusione del relatore è stata che Dalla Chiesa: "È stato amato e rispettato, anzitutto dai suoi uomini, dai Carabinieri di ogni grado che, alle sue dipendenze, hanno dato un contributo fondamentale al contrasto dell’eversione e della criminalità mafiosa… Gli avversari ne hanno avuto timore. Alcuni lo hanno odiato come un nemico mortale; tra essi sicuramente i famigerati corleonesi, che aveva cominciato a perseguire nel 1949, quando si andavano formando, e aveva poi indagato, vent’anni dopo, da Comandante della Legione Carabinieri di Palermo.  La sua era una personalità e, a noi piace dire, una carabinierità davvero straordinaria, come ricordano i tanti Carabinieri che hanno dato voce al libro di Andrea Galli. Dalla Chiesa ci ha insegnato, tra l’altro, che nulla è fine a se stesso se è efficacemente diretto a battere il crimine, l’illegalità, la sopraffazione, la paura e il male che essi generano. Questo libro è un’opera, una gemma - come l’ha definito il Direttore de La Stampa Maurizio Molinari per onorare la memoria di un Eroe del nostro tempo, un mezzo per comprendere meglio le difficoltà e le prove che impone la vita al servizio dello Stato, della legge e della gente, un’occasione per rileggere avvenimenti importanti della nostra storia nei primi 40 anni del secondo dopoguerra, uno strumento per comprendere meglio le vicende degli ultimi trent'anni e di oggi, un’iniezione di fiducia per il futuro”.

     Dopo queste toccanti riflessioni, la parola è andata al giornalista Andrea Galli , cronista investigativo del Corriere della Sera, che, come è stato sottolineato,  è pure l'autore, per Rizzoli, dei libri “Cacciatori di mafiosi” e “Il Patriarca”, sulla caccia ai latitanti e su Antonio Pelle, capo della ndrangheta e per Mondadori dei testi “Carabinieri per la libertà”, sulle centinaia di carabinieri partigiani durante la Resistenza e, con altri autori,  quali Lucarelli,Bianconi e Colaprico, “Carabinieri per la democrazia”, sui carabinieri uccisi dal terrorismo.

    Galli ha esordito con un incipit commosso e insieme preciso:"Questo libro è stato un viaggio breve ma intenso. Breve perché l’obiettivo era quello di presentare la biografia su Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo in occasione dei 35 anni dalla sua uccisione e dunque, dal momento dell’ideazione del volume (gennaio 2017) e in considerazione degli inderogabili tempi tecnici di consegna per il lavoro di editing, stampa e distribuzione (giugno dello stesso anno), avevo a disposizione sei mesi. Appena sei mesi.  È stato un viaggio intenso perché non sono mai stato solo. Intanto mi ha accompagnato lui, il Generale: ho letto i suoi diari, le sue relazioni in commissione antimafia; ho letto soprattutto le sue indagini, dagli esordi investigativi nell’immediato dopoguerra nella Sicilia infestata dal brigantaggio, alle informative firmate durante l’infinita stagione del terrorismo. Ci sono rapporti e mappe sulla criminalità organizzata scritte da Dalla Chiesa che, ancora oggi, permettono ai carabinieri, di “leggere” il territorio e operare arresti. Una straordinaria capacità di vedere prima degli altri. Un anticipatore. Un innovatore. Due categorie di persone, va da sé, che si portano dietro invidie, rancori e giudizi superficiali. In questo viaggio mi hanno poi accompagnato i tre figli, Rita, Nando e Simona. E mi hanno accompagnato i suoi uomini. Gli uomini del generale."

      La relazione è poi proseguita mettendo in luce le difficoltà incontrate per fare breccia sui collaboratori del Generale e indurli a raccontare la loro esperienza. "Da parte di molti, carabinieri come magistrati, c’è un po’ la tendenza – e succede in tutte le categorie professionali quando c’è di mezzo un “grande” qual era Dalla Chiesa – di attribuirsi una vicinanza operativa che invece non c’è mai stata. I veri uomini del generale, carabinieri trovati dopo una ricerca certosina avviata grazie a un contatto di Nando, mi hanno subito confermato la loro “identità”. Non avevano alcuna voglia di incontrarmi e men che meno di parlarmi. Ho dovuto insistere. E guadagnarmi la fiducia. Ricordo, fra i tanti, un ex brigadiere che prima di concedermi udienza, ha fatto svolgere un’indagine sul mio conto. Il comportamento sul lavoro, il comportamento con la famiglia, il comportamento nel mondo: grazie a lui, ad esempio, ho appreso l’esatto ammontare dei miei punti sulla patente…  Tre giorni dopo il primo incontro con l’ex brigadiere, sono stato convocato nella caserma del Comando provinciale di via Moscova. Mi hanno domandato cosa avessi combinato mai contro quello stesso ex brigadiere… Per quale motivo, hanno chiesto i carabinieri, vuol sapere ogni dettaglio possibile su di te? Poi l’ho capito, certo, anche perché, più o meno, lo stesso iter s’è ripresentato con altri vecchi collaboratori del generale. Chi mi ha scorrazzato a lungo per Roma su una scomoda macchina per saggiare se fossi fisicamente pronto o fossi invece uno che vive nella bambagia… Chi mi ha fatto prendere voli per la Sicilia e una volta in aeroporto ha offerto un caffè augurandomi una buona permanenza e tanti saluti, ci vediamo la prossima quando avrò capito, caro Galli, se posso davvero fidarmi di lei…".

     Il punto focale della relazione di Galli, del suo viaggio " breve e intenso, bello ed emozionante"  è stato incentrato sulle riflessioni riguardo ai legami che si sono venuti via via intrecciando intorno al Generale, ai " lutti, le minacce, i pericoli, le campagne d’odio, i giochi di potere sulla sua pelle di servitore dello Stato" vicende che " toccano il cuore e torturano le viscere" . In particolare ,ha rilevato con emozione Galli:  "Toccano il cuore i cento giorni da prefetto di Palermo. Scelto perché allora l’Italia non sapeva a quale santo votarsi, serviva disperatamente un uomo della Provvidenza;  scelto e poi mandato a morire, perché presto abbandonato, peggio attaccato. L’hanno attaccato tutti, a Palermo. Pezzi della Procura e della Questura, pezzi dell’Arma dei Carabinieri – la sua Arma, che aveva tatuata sulla pelle –, gli industriali, i prefetti, i commercianti, i giornali piccoli e grandi, la borghesia siciliana, i politici conosciuti e anonimi. Hanno attaccato lui e il suo amore, da poco sposo con la seconda moglie Emanuela, considerata la solita donna del Nord scesa a Palermo per portare la civiltà, una donna insultata nei salotti perché era impossibile che una come lei stesse insieme a un uomo di trent’anni più grande; e no, doveva per forza esserci un fine secondario, una strategia perversa."

     Galli si mostra convinto  del fatto che: " Sapeva il suo imminente tragico destino, il generale Dalla Chiesa prefetto a Palermo. Eppure. Eppure rinunciava alla scorta, girava sui mezzi pubblici, camminava nei mercati. Stava in mezzo alla gente. Ascoltava le lamentele, le proteste, gli insulti allo Stato. Non prometteva nulla. Non illudeva nessuno. Ma annotava mentalmente le problematiche e, subito l’indomani, si attivava per provare a risolverle." Per dare risalto ulteriore a questa dolente interpretazione dei giorni palermitani Galli conclude:" C’è un’immagine a mio avviso straziante e altamente simbolica, nella vita e nella morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quell’estate siciliana, andò a una festa organizzata in una scuola elementare a Partinico. C’erano centinaia di bimbi e genitori. Lui s’era messo lì, in un angolo. A guardare. Aveva sorriso. S’era commosso. Una settimana dopo, alla preside di quella scuola, era arrivata una lettera inviata dal generale. Nella missiva, Dalla Chiesa volle ringraziare quella scuola perché gli aveva offerto l’infinito privilegio di partecipare, da ospite, alla gioia espressa da quei figli, da quelle mamme, da quei papà. E aveva ricordato, nella lettera, l’enorme responsabilità che grava sulle spalle degli adulti, ai quali spetta l’onore e l’onere di preparare un futuro migliore per le nuove generazioni. Senza immaginare chissà quali rivoluzioni, ma facendo tutti il proprio, e arrivando a sera sereni e in pace, sicuri di potersi guardare allo specchio e non avere niente del quale vergognarsi."

     Al termine della relazione si è poi aperto il dibattito: è stato chiesto al giornalista di precisare che cosa intendesse il Generale quando affermava che gli alamari li aveva cuciti sulla pelle, in che modo la sua strategia investigativa fosse innovativa, quale fosse il grado di collegamento tra il suo gruppo e le altre agenzie investigative europee, quali fossero i mezzi che erano stati messi a sua disposizione per le differenti indagini. Le risposte hanno tutte posto l'accento sul fatto che quella del Generale era una strada investigativa innovativa, povera di mezzi, ma ricca di uomini appassionati disponibili a seguirla, nella quale vi era ancora diffidenza tra i vari gruppi investigativi, sia a livello interno che estero, ma che ha comunque aperto un nuovo indirizzo destinato a dare grandi frutti, si pensi ai grandi processi di Palermo, e a inaugurare innovative sinergie. Un ragazzo gli ha chiesto cosa si potesse fare oggi per continuare un cammino così tragicamente interrotto e Galli sorridendo  ha risposto " fare il proprio dovere nelle situazioni quotidiane della vita" .

        In conclusione Galli ha affermato:"  Io sono grato, a questo libro. Sarò sempre riconoscente. Non era un libro che bisognava fare per forza. Nel senso che a lungo, la figura di Dalla Chiesa anche all’interno della stessa Arma è stata vista da alcuni con gelosia. C’è stato chi ha provato a scalfire l’immagine di uomo e di investigatore. Se la democrazia italiana non è collassata, in quegli anni di stragi di terroristi e di mafiosi, è anche merito di Carlo Alberto Dalla Chiesa. La sua biografia, io credo, è stato il modo migliore per ricordarne il sacrificio nel 35esimo anniversario dall’uccisione. La Mondadori ha seguito ed editato il libro; ma non ci fosse stato ai vertici dei carabinieri il generale Tullio Del Sette, che fra i tanti meriti ha quello del rispetto verso la memoria, il libro non sarebbe mai venuto al mondo. E insieme, non ci sarebbe stata, in occasione della presentazione a Palermo, quella straordinaria festa dei palermitani che hanno voluto ricordare Carlo Alberto dalla Chiesa e cosa ha fatto per loro. 

Tanto, tantissimo. Dalla Chiesa è morto sì, per mano della mafia; ma non è stato sconfitto.